
Non ricordo di aver sentito mai un bambino rispondere alla fatidica e stupida domanda "Gioia, cosa farai da grande ?" con un fiero: "Io farò l'alpinista".
Le risposte come l'astronauta, il dottore, il pompiere o l'ingegnere ... sono classiche figure dell'iconoclastica della nostra società. Probabilmente la mia risposta dell'epoca fu l'ingegnere e adesso, forse casualmente o meno, lo sono. Del resto faccio anche il pompiere e potrei dire che la mia attuale posizione sociale è quella che avrei potuto sognare nell'età dell'innocenza, ma i sogni da bambino hanno vita dalla mattina alla sera. Potrei pensare tranquillamente che attualmente viva una vita da fanciullo, dove la parte ludica ha una netta predominanza sulle cose "serie". Questo comportamento gioioso e giocoso mi ha, sempre casualmente, portato a conoscere la montagna, ma mai avrei pensato di potermi appassionare in modo tale, da farle costituire una parte importante della mia vita.
L'approccio all'ambiente montano e alle attività correlate fu molto casuale, ma già dalle prime uscite qualcosa di strano accadde in me, provavo una forte attrazione per quelle vette, per quell'ambiente alpino. In seguito cominciai a leggere timidamente qualche libro. Il primo fu di R. Cassin, mi segnò molto, ricordo le epiche avventure di quel ragazzo che nei limitati tempi che il lavoro gli lasciava, andava vedeva e vinceva. Un nuovo Cesare. Anche se esaltate dal periodo storico le sue gesta erano decisamente eroiche. Era un alpinista. Successivamente cominciai a salire le prime facili montagne, sognando le più belle e difficili. Le letture si susseguivano a ritmo frenetico. Leggevo tutti i libri presenti in biblioteca che trattavano di alpinismo. Scopri Gogna, e i suoi nuovi mattini, ma ero troppo acerbo per capirne il significato, Mummery, Whymper, Gervasutti, Bonatti, Oggioni, Livanos e i grandi dell'epoca di inizio novecento. Su tutti mi ricordo di A. Mummery e il suo famoso tentativo al Dente del Gigante, segno di una nobiltà poco consueta. Seguirono le gesta di Comici, Preuss, ancora Cassin e varie guide di itinerari sulle alpi. Camminavo come un mulo e sognavo come non mai. Vennero le prime salite per così dire importanti, come il Monviso e l'Argentera, frutto di camminate lunghissime ma gli alpinisti, quelli veri, non facevano certo così.
Arrivarono le prime grandi voglie e le mire furono sul Corno Stella, montagna per eccellenza riservata a buoni alpinisti. Il risultato fu una calata al terzo tiro della Campia. Non ero certo all'altezza, non ero un alpinista. Gli anni che seguirono mi fecero scoprire in modo più esauriente l'arrampicata sportiva, ma non era ciò che cercavo. Continuando a praticare l'escursionismo, anche solitario, in molte valli piemontesi arrivai a vedere luoghi del quale non scoprii la vera natura come il vallone di Sea, la valle dell'Orco, la Valnontey. Vidi pareti rocciose e glaciali stupende, mi incuriosì nel sapere se e chi le avesse salite. Questa piccola ricerca mi portò a leggere i nomi di G.C. Grassi, G.P. Motti, I. Meneghin etc, ma per me restarono nomi su un foglio di carta. Le loro salite erano per me ardite però insinuarono una figura di un'alpinista diverso. Trovarsi sotto le rocce di Sea e pensare che quelle fessure quei diedri sono stati saliti e allo stesso tempo le stesse persone avevano giocavano nei prati sottostanti, come io timidamente provai, mi metteva una voglia di voler imitare questi ragazzi così diversi dalla figura dell'alpinista che in me aveva abitato sino a quel momento. Scoprii "Gran Paradiso e valli di Lanzo - le cento più belle ascensioni ed escursioni " di G.C. Grassi che diventò in seguito uno dei miei libri preferiti. Grassi segnala salite dalla più facile alla più ardita e difficile. Chiaramente cominciai dalle prime poi l'ottava, la 14° etc.
In questo periodo feci qualche facile salita dalle difficoltà alpinistiche che mi fece maggiormente apprezzare l'ambiente, ma non era ancora abbastanza per pensare di essere definito alpinista come questi nuovi e sconosciuti ragazzi. La svolta avvenne quando presi coscienza di ciò che fu "il nuovo mattino". Questo fu possibile grazie alla stupenda guida di M. Oviglia Rock Paradise. Le salite raccolte in questo meraviglioso volume scatenarono in me la definizione di un alpinista con i coglioni, senza svalutare le salite diciamo di livello basso. Ma, cazzo! questi ragazzi hanno fatto cose tali da rendere qualsiasi paragone inopportuno. Cominciai così a sognare quelle salite non disdegnando le classiche. La mia brama di sapere incominciò a darsi da fare, lessi Motti, Rebuffant, andai spesso nelle valli di Lanzo, a Sea, in valle dell'Orco, non per scalare o cimentarmi in qualche avventura, ma per scoprire questi luoghi per cercare di vedere, di sapere cosa c'era in queste valli. Fu allora che scoprii che non erano costituite solo da roccia, ghiaccio o natura ma erano anche ricche di avventure . La passione cominciava a trasformarsi in brama, a Finale andavo e vado tuttora spesso ma con poche soddisfazioni. In questi ultimi anni forse è avvenuto qualcosa che non ho ancora ben capito, ma qualche salita interessante l'ho compiuta e forse adesso mi potrei azzardare a definiremi alpinista. La cosa potrebbe sembrare banale, ma per me non è così. Il percorso che mi ha portato a potermi sentire alpinista è stato un lungo periodo riflessivo, di scoperta che mi ha fatto conoscere aspetti di una attività ludica che secondo me giustificano molte scelte e comportamenti.
Come ci si può paragonare a personaggi del calibro di G.C.Grassi, I. Guerini, M. Oviglia e tutti gli altri. Penso che ciò che potrebbe accomunarci è sostanzialmente la passione. Non è importante il fatto che loro siano stati più bravi, loro hanno avuto il merito di indicare una strada che se condivisa noi possiamo seguire e ripercorre quelle stesse emozioni e sensazioni che ci fanno pensare a loro come dei bravi alpinisti. Quindi oggi, sentendomi molto fanciullo, se mi facessero la domanda cosa farai da grande risponderei a gran voce: "io voglio fare l'alpinista !!!"
Francesco